editoriale
Città e campagna non sono più due futuri distinti: la prossima fase della competizione sostenibile si sta svolgendo su scala “regionale” e non “urbana”
Un commento internazionale sulla ricostruzione del rapporto tra città e campagna: quando clima, ecologia, mobilità della popolazione e competizione infrastrutturale riscrivono simultaneamente l’ordine spaziale, l’unità veramente strategica non è più la singola città, ma il sistema regionale formato dalla città e dalle campagne circostanti.
Argomento centrale
Un commento su Nature Cities ci ricorda che separare e comprendere città e campagne sta diventando sempre più difficile da spiegare nella governance spaziale contemporanea. Il cambiamento più importante non riguarda di per sé la “espansione urbana”, ma il fatto che città, villaggi, paesaggi agricoli, reti ecologiche e infrastrutture si stiano ricongiungendo. Per il sistema urbano globale, ciò significa che l’unità di competizione si sposta dalla singola città alla regione, la logica di governance passa dalla gestione dei confini al coordinamento interterritoriale, e anche le strategie di sostenibilità si muovono dall’“ottimizzazione interna della città” verso una “co-evoluzione città-campagna”.
Le città e le campagne non sono più due futuri separati: la prossima fase della competizione sostenibile si sta giocando su scala “regionale” e non “urbana”
Per lungo tempo, la pianificazione moderna ha abituato a considerare città e campagna come due tipi di spazio relativamente indipendenti: la prima accoglie capitale, popolazione e innovazione, la seconda fornisce terra, cibo e una valvola di sicurezza ecologica. Questa divisione sembra chiara, ma in realtà è sempre meno adeguata. Un commento pubblicato di recente su Nature Cities, “Bridging urban and rural futures”, suggerisce che sta avvenendo un importante cambiamento di prospettiva: le città e i villaggi circostanti non sono oggetti separati, ma costituiscono insieme un sistema regionale che richiede una governance coordinata.
A prima vista può sembrare un giudizio tecnico nel campo dell’ecologia e della pianificazione, ma in realtà rimanda a un cambiamento strutturale molto più ampio: la competizione urbana globale sta passando dalla “gara di dimensioni tra singole città” a una “competizione complessiva tra reti regionali”. In futuro, a determinare se una città potrà prosperare in modo duraturo non saranno soltanto il suo skyline, il CBD e i distretti dell’innovazione, ma anche il modo in cui saprà costruire una divisione spaziale sostenibile del lavoro con le campagne circostanti, le fasce agricole, i corridoi ecologici e le piccole città.
I problemi urbani si stanno espandendo, e quelli rurali non sono più marginali
Negli ultimi decenni, l’urbanizzazione è stata spesso intesa come un processo lineare: la popolazione si sposta dalla campagna alla città, le risorse confluiscono dalla periferia al centro, le opportunità si concentrano nelle grandi aree metropolitane. Questa narrazione aveva una certa forza esplicativa al culmine dell’industrializzazione e della globalizzazione, ma oggi è chiaramente insufficiente.
In molti Paesi, il problema centrale delle città non è più soltanto “come accogliere più popolazione”, ma come gestire la dipendenza regionale generata dall’espansione continua delle funzioni urbane:
- con l’aumento dei costi abitativi, i gruppi a reddito medio-basso sono costretti a spostarsi verso la periferia dell’area metropolitana;
- cibo, acqua, energia e materiali da costruzione dipendono sempre più da sistemi territoriali più ampi;
- l’effetto isola di calore, il rischio di alluvioni e il degrado della biodiversità richiedono che le città includano nella governance anche l’ecosistema circostante;
- le infrastrutture non servono più soltanto il centro urbano, ma devono coprire il bacino dei pendolari, della logistica e dell’approvvigionamento.
In altre parole, la prosperità di una città non si genera mai solo “all’interno della città”, ma si fonda sulla capacità di organizzare risorse su uno spazio molto più ampio. Anche la campagna non è più soltanto una “regione arretrata” o un “entroterra da sviluppare”, ma il retroterra produttivo del sistema urbano, la sua frontiera ecologica e la sua zona cuscinetto contro i rischi.
È proprio qui che risiede il significato concreto di questo tipo di ricerca: riporta città e campagna da un’opposizione binaria a un unico quadro di governance.
La competizione urbana moderna assomiglia sempre di più a una competizione di capacità di governo regionale
Se nel XX secolo la competizione tra città ruotava soprattutto intorno a porti, fabbriche, centri finanziari e concentrazione della popolazione, nel XXI secolo la competizione si manifesta sempre più nella capacità di coordinamento regionale. A essere davvero all’avanguardia non è necessariamente la città più estesa, né quella più popolosa, ma il sistema regionale capace di collegare unità spaziali diverse e di farle funzionare al meglio.
Ecco perché molti Paesi stanno riconsiderando i confini urbani e la logica dello sviluppo.
In Europa, le aree metropolitane e la cooperazione tra città sono da tempo la norma.In Europa, i poli urbani e la cooperazione interurbana sono da tempo la norma. La Randstad nei Paesi Bassi, la regione Reno-Ruhr in Germania, l’area dell’Öresund tra Danimarca e Svezia dimostrano che la competizione moderna non è più sostenuta da una singola città, ma realizzata collettivamente da reti policentriche. In Asia orientale, anche il Grande Tokyo, l’area metropolitana di Seul, così come il delta del fiume Yangtze e la Greater Bay Area di Guangdong-Hong Kong-Macao in Cina, riflettono una tendenza simile: la competitività dipende sempre più dall’accessibilità dei trasporti, dalla coordinazione spaziale e dalla divisione funzionale del lavoro, anziché dalla tradizionale “ascesa della singola città”.
Nel Sud globale, questo cambiamento è ancora più urgente. Attorno a molte grandi città in rapida crescita, terreni agricoli, insediamenti informali, parchi industriali e aree ecologicamente fragili si intrecciano tra loro. Se la governance continua a concentrarsi solo sul centro urbano, la pressione verrà costantemente trasferita alle aree periferiche, finendo per sbilanciare simultaneamente i sistemi di suolo, trasporti, risorse idriche e abitazioni. La cosiddetta “malattia della città” spesso non è una malattia dell’interno del centro urbano, ma una malattia di disallineamento della struttura regionale.
Perché “collegare” città e campagna è una capacità chiave della governance del futuro
Il vero punto importante di questo commento non è che promuove un discorso morbido di coordinamento tra urbano e rurale, ma che ricorda ai decisori politici: la sostenibilità del futuro non consiste semplicemente nel rendere le città più “verdi”, bensì nel reinserirle in un sistema completo di metabolismo spaziale per comprenderle.
Questa comprensione include almeno quattro livelli di significato.
Primo, la governance ecologica deve superare i confini amministrativi
L’aria, l’acqua, il clima termico, la migrazione delle specie e le emissioni di carbonio delle città non possono essere risolti quasi mai entro i soli confini municipali. La protezione delle zone umide, il ripristino dei fiumi, la costruzione di infrastrutture verdi e il mantenimento della diversità del paesaggio agricolo richiedono tutti la partecipazione congiunta della città e delle aree rurali circostanti.
Secondo, la sicurezza alimentare ed energetica torna a essere una questione strategica urbana
Le turbolenze delle catene di approvvigionamento globali, l’estremizzazione climatica e l’incertezza geopolitica stanno facendo capire a molte città che la dipendenza da catene di approvvigionamento lontane e uniche comporta vulnerabilità. Le città più resilienti sono spesso anche quelle in grado di stabilire relazioni di fornitura più stabili con le regioni circostanti. La chiave qui non è la “localizzazione” in sé, ma una riorganizzazione spaziale adeguata.
Terzo, i cambiamenti della struttura demografica stanno modificando le relazioni regionali
In alcuni paesi, la contrazione della popolazione rurale coesiste con gli alti costi urbani; in altri, la popolazione anziana, i lavoratori da remoto e nuove scelte di stile di vita stanno ridistribuendo parte della popolazione verso le cittadine di medie e piccole dimensioni e le periferie delle aree metropolitane. Ciò non significa un semplice ritorno all’anti-urbanizzazione, ma indica che il modo in cui vengono organizzati spazialmente residenza, lavoro e vita quotidiana sta diventando più elastico e più reticolare.
Quarto, le infrastrutture non sono più una costruzione puntuale, ma un’organizzazione regionale
Strade, ferrovie, reti energetiche, connessioni digitali e nodi logistici determinano se tra città e campagna prevalgano separazione, sfruttamento o collaborazione. Se le infrastrutture servono soltanto il centro urbano, aggravano la marginalizzazione; se invece riescono a ridurre i costi di tempo e di scambio all’interno della regione, allora ridisegnano l’efficienza dell’intera economia spaziale.## Dal “primato urbano” al “primato regionale” è una svolta silenziosa nella governance globale
In molti sistemi di policy, le città sono state a lungo considerate i motori della crescita, mentre le campagne venivano viste come oggetti da modernizzare. Questo quadro ha il suo contesto storico, ma oggi il problema è che enfatizza troppo i flussi unidirezionali, trascurando l’interdipendenza.
Soprattutto nell’era del cambiamento climatico, più una città è grande, meno può fingere di essere un sistema autosufficiente. Deve dipendere da una scala territoriale più ampia di suolo, acqua e servizi ecologici per mantenere il proprio funzionamento. Allo stesso tempo, le aree rurali non possono limitarsi a sopportare passivamente i costi esterni dell’espansione urbana. Devono essere realmente integrate nel processo di creazione di valore regionale attraverso trasporti, digitale, servizi pubblici e catene industriali.
Ecco perché alcune organizzazioni internazionali e istituzioni di ricerca sulle politiche attribuiscono sempre più importanza a concetti come “aree urbane funzionali”, “continuum urbano-rurale” e “resilienza regionale”. Essi cercano di spezzare l’inerzia delle divisioni amministrative, riportando la pianificazione alle reali relazioni di produzione, pendolarismo, logistica ed ecologia.
Per Cina, Europa e Sud globale, questa questione ha significati diversi
L’urbanizzazione cinese è entrata in una nuova fase. Le megalopoli continuano a svolgere la funzione di innovazione e allocazione delle risorse, ma il modello basato sulla sola espansione del centro urbano si sta avvicinando al suo limite. La capacità di assorbimento delle metropoli, dei cluster urbani e delle contee determinerà se in futuro popolazione, industria e servizi pubblici potranno essere distribuiti in modo più equilibrato. Per la Cina, l’integrazione urbano-rurale non è una forma di “assistenza” alla campagna, ma una riprogettazione della competitività di lungo periodo delle città.
Nel caso europeo, l’accento è invece posto maggiormente sull’ottimizzazione dell’esistente. Di fronte all’invecchiamento della popolazione, ai vincoli di bilancio e alla transizione climatica, molti Paesi europei devono mantenere l’equilibrio a basse emissioni tra città e campagne attraverso città compatte, ferrovie regionali, corridoi verdi e tutela dei paesaggi agricoli. La chiave qui non è continuare a produrre nuove espansioni spaziali, ma aumentare la sinergia dei sistemi territoriali già esistenti.
Nel Sud globale, la sfida è spesso più immediata: la crescita urbana è rapida, ma istituzioni e infrastrutture non riescono a tenere il passo. Se le relazioni urbano-rurali non vengono incluse nello stesso quadro di sviluppo, il risultato è spesso espansione informale, conflitti fondiari, fallimenti dei trasporti e accumulo di rischi ambientali. Per questi Paesi, costruire un ponte tra città e campagne non è un tema “di livello avanzato”, ma una condizione di base per evitare in futuro la frammentazione spaziale.
Il vero problema di lungo periodo non è se le città continueranno a crescere, ma in che modo cresceranno
La competizione urbana del futuro non ruoterà soltanto attorno ai grattacieli, alla velocità di attrazione degli investimenti o alle classifiche demografiche. La questione centrale è: la città sarà in grado, grazie alla sinergia con le campagne circostanti, di formare una civiltà regionale più solida, più a basse emissioni e più resiliente?
Questa è una visione più matura della città.
Riconosce che la città non è un’isola, e riconosce che la campagna non è un’appendice; riconosce che la prosperità moderna dipende da reti aperte, ma anche che le reti aperte devono avere confini spaziali e una base ecologica; riconosce che la crescita resta importante, ma che il modo di crescere è più importante della crescita stessa.In questo senso, la relazione tra città e campagna non è un tema “complementare”, ma l’asse portante della governance del futuro. Chi saprà per primo ricollegare le due realtà avrà maggiori probabilità di mantenere resilienza di fronte alla pressione climatica, alla transizione demografica e alla ristrutturazione della globalizzazione.
Il futuro della città, da sempre, non accade soltanto dentro la città.
Accade nello spazio tra la città e il territorio circostante, tra le linee di pendolarismo e i fiumi, tra i centri di consumo e le fonti di approvvigionamento alimentare, e anche tra i confini della governance e la geografia reale.
E questo, forse, è proprio il fatto che la prossima fase della strategia urbana deve comprendere con maggiore urgenza.
Nota fonti locale · Global City Review
Global City Review colloca questa nota dentro Global City Review pubblica editoriali, analisi urbane, prospettive regionali e report su governance urbana.... date, nomi e cambi di stato restano da verificare; Editoriale / Analisi urbana / Prospettiva regionale spiega l'angolo editoriale locale (URL delle fonti vanno aperti prima di riusare il riassunto).
Fonti